Archive for marzo, 2010


Il gioco da tavola “Indovina chi?” è stato uno dei miei primi giochi! Io e mia sorella passavamo interi pomeriggi a giocarci. Il gioco era composto da ventiquattro figurine gialle a sfondo bianco, ventiquattro improbabili facce e altrettante spassosissime espressioni, ventiquattro nomi di uomini e donne che (almeno in parte) non si possono dimenticare: Max, Maria, Susan, Eric, Alex, Alfred, Anita, sono solo alcuni delle due dozzine di personaggi che hanno riempito i pomeriggi e le serate di tutti noi ex bambini degli anni 80 in agguerritissime sfide uno-contro-uno fino all’ultimo indovinello.
Il gioco era composto da un mazzo di carte e da due piattaforme, una rossa e una blu, ciascuna attrezzata di caselle sufficienti per ospitare tutte le ventiquattro fantomatiche facce. La partita cominciava pescando a caso dal mazzo una carta-personaggio e tentando, attraverso
domande alternate, di completare l’identikit dell’avversario per esclusione: Ha i baffi? Porta il cappello? E’ moro? La bocca è grande? E il naso com’è?
Come dimenticare. E come rimuovere la soddisfazione e il compiacimento che si provava nel buttare a terra le caselline che potevano essere escluse dai nostri sospetti!
Del gioco, distribuito in Italia dalla Hasbro esistono tutt’oggi diverse versioni, di cui una raffigurante, al posto dei personaggi “classici”, i protagonisti dei film d’animazione Disney.
Facile però supporre che sarà la prima versione, quella originale degli anni 80, a rimanere per sempre la più amata e ricordata.

Purtroppo gli spot su questo magnifico oggetto non se ne trovano; ma voglio parlarne lo stesso, perchè credo di non essere stata l’unica ad aver fatto la collezione e poi come si puo dimeticarla!!                                                                                                                                                                                                 Trasparente, colorata, viscida e gommosa, la manina appiccicosa e’ stata, fra i gadget degli anni 80, uno dei giocattoli tascabili accolti con più entusiasmo dai bambini dell’epoca. La manina appiccicosa apparteneva alla categoria delle sorpresine-regalo presenti nelle patatine in busta, ed era spesso contenuta nei pacchetti di marche poco note se non del tutto sconosciute. Quando per caso o per fortuna ne trovavi due in una busta, la gioia era immensa. Si trattava di una piccola mano di gomma collegata a un laccio dello stesso materiale che permetteva di impugnarla e lanciarla per farla aderire su qualsiasi superficie liscia o oggetto. Ma, come tutte le cose belle, anche la manina non aveva una durata eterna: poco dopo l’apertura della confezione e il suo lancio contro mobili e pareti, per la gioia di mamme e insegnanti, la manina cominciava a impolverarsi smettendo di attaccare come appena tolta dal nilon. Unica soluzione era, a quel punto, come suggerito dal foglietto illustrativo in allegato, il tentativo di lavaggio con acqua e sapone. Ma nemmeno questo rimedio casalingo bastava a riportare la schifida mano acchiappatutto al suo stato originale. Anzi lavandola diventava rugosa e non attaccava più su nessun tipo di superficie. Ora mi chiedo: perché non esiste più? 😦 La  rivoglio!!

In questo post e in quelli che verranno voglio raccontarvi e descrivervi i giocattoli che hanno segnato i pomeriggi dei bambini di quegli anni. Negli anni 80 entusiasmare un bambino era ancora impresa facile: una cannuccia di plastica dura e una piccola noce di pasta gommosa, unite a un po’ di sana fantasia e a tanta voglia di impiastrarsi, bastavano a garantire un mondo (gonfiabile) di puro divertimento. Il merito era di Crystal Ball, un tubetto contenente un preparato sintetico disponibile in quattro tinte differenti: rosso, blu, giallo e verde che, se riempito d’aria, si ingrossava al punto da assumere le sembianze di uno spassosissimo palloncino colorato. Complice uno spot davvero accattivante, corredato da un jingle che difficilmente dimenticheremo, Crystal Ball è diventato, fra tutti i giocattoli di quel periodo, uno degli svaghi preferiti dai più piccoli e, insieme, il terrore delle mamme, allarmate dal timore che i palloncini colorati, scoppiando, potessero lasciare spiacevoli macchie in giro per casa. Oggi in alcuni centri commerciali lo si può ancora trovare in vendita, con una nuova formula studiata per eliminare i difetti della precedente.

Burghy fast food.

La moda paninara prese piede tra il 1982 e il 1983. Con il termine paninaro si identifica un sottocultura giovanile nata a Busto Arsizio nei primissimi anni ottanta e diffusasi in seguito nella vicina Milano e da lì in tutta Italia. La caratterizzavano l’ossessione per la griffe nell’abbigliamento e in ogni aspetto della vita quotidiana, il rifiuto della politica e l’adesione a uno stile di vita fondato sul consumo, il divertimento ad ogni costo e la spensieratezza. L’obiettivo primario dei paninari era godersi la vita senza troppe preoccupazioni; si trovavano perfettamente a loro agio nell’adeguarsi ai modelli del cinema americano di consumo e ai consigli degli spot pubblicitari trasmessi dalle televisioni commerciali. Questo gruppo iniziò a vestirsi in modo simile acquistando nei negozi del centro cittadino capi di abbigliamento di origine (o stile) statunitense e iniziò a ritrovarsi i pomeriggi nel centro di Milano nella zona di Piazza Liberty dove si trova il bar “Al Panino“, che fornì il nome al movimento. Ciascuna compagnia era conosciuta con un nome che faceva riferimento o al bar dove si radunava o alla via ove era sito tale bar. Le compagnie più numerose e importanti erano conosciute anche e soprattutto per i propri “capi”, raramente sopra i vent’anni, che erano quasi sempre conosciuti attraverso il proprio nome associato ad un soprannome. Dopo circa quattro anni dalla sua nascita, i paninari vengono conosciuti a livello nazionale; per merito della pubblicazione di alcuni fumetti dedicati ai  loro e al personaggio interpretato da Enzo Braschi nella trasmissione Drive in. Il paninaro coltivava una maniacale attenzione per il proprio stile, rigorosamente di marca. L’abbigliamento paninaro prevedeva: giubbotti imbottiti da aviatore “bomber” ( Moncler, Avirex), giubbino di jeans foderato si finto pelo all interno, stivali da cowboy, scarponcini di pelle scamosciata ( Timberland), scarpe sportive colorate rigorosamente senza stringhe (Superga, Vans, New Balance e Nike), jeans (Enrico Coveri, Levi’s, Americanino o Armani), maglioni, felpe, camicie a quadri (Stone Island o Nej Oleari per le ragazze) e infine, il pezzo che non doveva mancare, la cinta di pelle ( El Charro). il feticcio dei paninari era il cibo consumato presso i fast food, che proprio in quegli anni inizano a diffondersi in tutta Italia. La Moda paninara di spense a Milano tra il 1987 e il 1988 e un paio di anni più tardi nel resto dell’Italia, sostituita da altre sottoculture che riflettevano la fine di un decennio consumato all’insegna dell’edonismo e della superficialità.